Psicoterapia

L'uomo ha proceduto fin qui con arroganza e presunzione nel suo microcosmo come nel macrocosmo, pianificando o improvvisando irresponsabilmente, ma spesso senza contatto profondo con la sua parte spirituale. Questo richiede che ci si apra a questa parte che è in noi, che non significa dover abbracciare una specifica religione, ma aprirsi all' idea di una assoluta unità tra corpo mente e spirito. Allora, con chiarezza, possiamo riconoscere che il nostro intento è quello di rientrare in contatto con il Sé, la parte divina in noi.

La consapevolezza di una nostra dimensione interna profonda, perfetta, che trascende la realtà come la percepiamo con i nostri sensi, è centrale.
E' la parte che non si vede ma è la più importante: questa è la ricerca del lavoro transpersonale, ed è anche la visione che il terapeuta deve aver raggiunto e coltivato perché attraverso questa non colluderà con la visione del paziente. Questi tenderà a ricreare sempre lo stesso copione nella sua vita e anche nella relazione col terapeuta, attraverso le metafore più diverse.

 

Tutti, nel lavoro su noi stessi, ripercorriamo strade che ci sono state utili in passato, finchè ci dobbiamo fermare davanti a un punto di verità che non possiamo più fingere di non vedere e dal quale sappiamo che non si può tornare indietro. Le soluzioni utili in passato non si prestano alle nuove prospettive.

Quando nasciamo siamo in contatto totale con la nostra identità originaria, ma il bisogno di sopravvivere ci spinge ad adeguarci al mondo in cui siamo arrivati e a cercare la soddisfazione dei bisogni legati inscindibilmente al corpo e al mondo affettivo - emozionale. Via via crediamo di essere sempre quello in cui ci identifichiamo:

Prima siamo i nostri bisogni essenziali
Poi ciò che crediamo che gli altri vogliano che noi siamo
Poi le cose e gli oggetti cui diamo significato o valore
Poi il compito che svolgiamo (lavoro, studio, professione, famiglia, maternità e paternità)
Poi l'età che abbiamo di volta in volta.

Da neonati il corpo è lo strumento che ci permette di essere collegati con il mondo intorno a noi ed il luogo attraverso cui passano i nostri bisogni. Così con facilità possiamo pensare che il corpo siamo noi. L'identificazione con il corpo, come luogo che garantisce la nostra sopravvivenza, dà rappresentazione alla nostra identità. Tuttavia, crea anche la nostra idea di separazione, e tutte le sofferenze che ad essa conseguono.

Da qua inizia il nostro percorso sulla terra con tutte le sue difficoltà, che poi sono solo opportunità per ricordare chi siamo. La psicoterapeuta junghiana Annick De Souzenelle, studiosa della tradizione giudaico-cristiana e di altre culture, descrive in modo suggestivo il concetto di separazione: "Dal momento in cui l'uomo si stacca dalla respirazione divina che gli è naturale nel giardino dell'Eden, si stacca anche da se stesso e s'immerge nella cecità, come se uno schermo applicato sui suoi occhi gli impedisse di vedere la vera natura del mondo, la sua vera natura."

Quanto più velocemente abbiamo dimenticato la nostra identità originaria, tanto più il corpo e il nostro stato d'animo lo esprimeranno attraverso il dolore.
Le crisi diventano il simbolo del nostro bisogno di ritrovarci e di sanare la separazione che percepiamo dentro di noi.
Quando per esempio ci occorrono tutte le nostre risorse per andare avanti, e le nostre precedenti identità si rivelano impotenti, quando la struttura della personalità va in tilt e non può più programmare il futuro a immagine del passato, allora, scoprire di poter contare su un immenso patrimonio di Energia, Intelligenza e Amore, di cui è fatta la nostra identità originaria, mette in un'ottica differente qualsiasi difficoltà, perdita, mancanza o dolore.

Personalmente, nel mio lavoro seguo, con flessibilità, un modello che si articola su tre livelli di coscienza, che non intendo distinguere secondo le indicazioni, pur condivisibili, di Wilber, ma che invece riguardano:
- come primo livello, la presa di consapevolezza dell'io, delle funzioni respiratoria ed emotiva, degli effetti dei blocchi corporei, e di quelli del sentimento, seguendo lo schema dei tipi caratteriali e dei diritti fondamentali dell'essere umano corrispondenti (vedi A. Lowen).
Nella pratica, questo primo livello si sviluppa con il lavoro corporeo bioenergetico, con l'analisi delle tematiche che emergono dal corpo, il lavoro con le parti, la ricerca del bambino interiore, il lavoro transazionale, il lavoro sulle proiezioni per riconoscere che la nostre tematiche, perché è il modo per tentare di espellere, vedendolo sull'altro, ciò che rifiutiamo di noi.
In questo primo livello di coscienza ci si trova nell'identificazione con il corpo. Il lavoro bioenergetico si svolge attraverso l'analisi della struttura del carattere, che segue i suoi principi fondamentali: la corrispondenza funzionale tra corazza muscolare e corazza comportamentale; la correlazione tra l'inibizione della reattività emozionale con la contrazione della respirazione; il collegamento tra l'energia trattenuta nelle contrazioni muscolari croniche e una incompleta gratificazione sessuale; il fatto che ogni tensione muscolare cronica è la controparte fisica della inibizione psicologica ad esprimere determinati sentimenti.

E' quindi indispensabile aver sciolto i blocchi e i conflitti profondi, aver affrontato i traumi passati, per poter sviluppare stabilmente una dimensione spirituale. Non farlo sarà come una fuga in avanti che, come un boomerang, inesorabilmente ci riporterà indietro per sciogliere quello che è stato dimenticato. (che si manifesterà con pensieri negativi, rancori, tensioni, sintomi, ecc.)
Nel secondo livello l'obiettivo è di arrivare a entrare in contatto con la dimensione del Sé, farne esperienza per prendere atto che fa parte di noi, riconoscendo che è ciò che siamo veramente: è la nostra parte divina e perfetta. anche se non la si può vedere con gli occhi del corpo.

Con la De Souzenelle, "credo perciò che in ogni ricerca di psicoterapia sia indispensabile tener conto non solo del piano psichico, che interessa la psyché propriamente detta, ma anche del piano ontologico, che riguarda l'essere essenziale, la natura profonda, e, in definitiva, divina dell'uomo".
Le regole e i principi di questa dimensione di coscienza sono diverse dalle regole della dimensione prettamente psicologica, appartenendo più specificamente fin dai tempi più antichi, alle tradizioni spirituali:
- la presenza in noi di una parte profonda e sacra (il Sé superiore: il Cristo, il Figlio di Dio) che è fuori dal tempo e dallo spazio, perché è eterna, è la nostra identità originaria ed è la dimensione in cui ognuno è nella sua essenza amore, perfezione, completezza;
- l'idea di interconnessione tra tutti, perché siamo tutti Uno e quello che facciamo all'altro lo facciamo a noi stessi: siamo tutti un unico Sé;
- l'esperienza del perdono, "non quello che concede magnanimamente un Dio offeso frenando la propria collera (.) ma la gioia della guarigione dalla nostra patologia interiore (.) una liberazione fondamentale dell'essere." E tale liberazione avviene con la cancellazione del passato e il ricominciare a vivere più consapevoli e lievi, avendo deposto il peso del rancore e il logorio del ri-sentimento.

L'insieme di queste esperienze si possono fare nelle sessioni di gruppo. Nelle sessioni individuali questo avviene quando il lavoro sui blocchi e le difficoltà è a buon punto, tanto che è facile iniziare con piccole meditazioni per centrarsi subito in profondità. D'altra parte la possibilità di andare in uno spazio interiore e spirituale è assolutamente legata al radicamento (grounding) e all'aver sciolto le tematiche psicologiche che ci hanno ferito e ci ostacolano la vita, anche perché un buon radicamento nasce sempre quando si è raggiunto un buon equilibrio interiore.

Devo dire ora qualcosa di me. L'esperienza del Corso in Miracoli mi ha permesso di riconciliarmi con la dimensione spirituale, a partire dagli anni ottanta, e cioè da quando Jules Grossman ha portato e diffuso in Italia il Corso. Fin dall'inizio è diventata una pratica personale di approfondimento, e tutta una serie di principi e concetti sono diventati strumenti di lettura della realtà e di lavoro.

Tanto che il Corso è diventato uno dei libri che suggerisco di leggere alle persone che ho in terapia e, devo dire, tutti quelli che lo hanno sperimentato seriamente ne hanno tratto un grande beneficio in termini di tempo, cioè la terapia è stata molto più breve, e di miglioramento di qualità della vita.

Il Corso dice che esistono sostanzialmente due emozioni: la paura e l'amore. La paura è intesa come contrazione, ma anche come negazione dell'amore. All'opposto, l'amore è espansione, apertura, vita. Noi possiamo scegliere in quali pensieri indirizzare la mente, responsabilizzandoci delle nostre emozioni e delle forme-pensiero da cui derivano. Infatti, anche l'esperienza sensoriale nasce da un processo mentale basato sulle esperienze del passato. Ma poiché il passato non esiste più, anche l'esperienza sensoriale è illusoria. La paura, che è connessa al passato, è quindi anch'essa irreale. E lo è altrettanto quando viene proiettata nel futuro, allungandovi l'ombra del passato, perché neanche il futuro non c'è, non esiste ancora. Ne consegue che l'unico tempo che conta è il presente.

Il presente, il qui ed ora, è allora il tempo reale in cui si attua il processo terapeutico: l'unico tempo in cui può avvenire la liberazione dalle lunghe ombre del passato, con le sue sofferenze, e dalle proiezioni sul futuro, con le sofferenze preconizzate e temute. Qui ed ora soltanto si può entrare in contatto con la propria identità originaria.

L'identità originaria è immutabile: non è qualcosa che abbiamo acquisito, non è qualcosa che possiamo veramente perdere, anche se possiamo dimenticarcene. Tutti siamo questa identità, che non è un'idea, un modo d'essere, ma l'Essere.
La guarigione quindi avviene come riconoscimento profondo di chi siamo veramente (il Sè superiore): la possibilità di entrare in questo riconoscimento riguarda ciascuno.
La malattia, ogni problema, conflitto, senso di mancanza o perdita, è la ripetizione in forma di metafora della stessa idea di separazione dalla propria identità originaria, che sul piano ontologico è la perdita della unione con Dio.
"La malattia e la separazione devono essere guarite dall'amore e dall'unione".

Nella pratica il lavoro a questo livello di coscienza si sviluppa con esercizi ed esperienze che aprono all'individuazione del vero problema di ciascuno, che consiste "nel divario tra la sua vita esteriore e la sua natura più profonda. E non potremo parlare della natura senza evocare il divino, perché la natura dell'uomo . è divina!"

Le esperienze che permettono la percezione dell'energia e della parte profonda, come la meditazione con il mantra (Ruha Elhoim), altre forme di meditazione, visualizzazioni e immaginazioni guidate, possono facilitare l'incontro con "il Dio -dentro di noi", come diceva Grossman, e non quel concetto oggettivato posto all'esterno dell'uomo come è spesso diventato. Nel suo senso originario, la parola meditazione "significa porsi in mezzo, ritrovare il proprio asse, il proprio punto di equilibrio interiore per vivere con un giusto respiro, in senso fisiologico e spirituale".

Il processo terapeutico si sviluppa ovviamente anche nella relazione con il terapeuta, che a questo livello ha il compito di mostrare come il ritorno nel problema sia il riaffiorare di tematiche già affrontate nel lavoro corporeo e nel livello precedente, quindi senz'altro da rivedere, ma che portano anche il dolore profondo del tradimento della propria identità più autentica, l'aver dimenticato la propria verità e identità originaria.

Un tema che unisce il lavoro del primo e del secondo livello è il tema della morte.
Ogni paura sembra nascere sempre dalla paura di morire, e dal rapporto fantasmatico con la morte che abbiamo comunque, anche inconsciamente, creato dentro di noi.
Su questo i workshop "Vivere e Morire"di Jules e di Teddi Grossman sono diventati esemplari di un percorso che mostra quanto è importante poter sciogliere i blocchi connessi a questa paura, perché possono limitare molto la qualità della vita e la libera espressione di chi siamo. Io stesso ho condotto questo seminario più volte e nel corso della mia professione è stato un leit motiv del mio impegno di terapeuta. Il lavoro parte dal presupposto che nascita, vita e morte sono momenti di uno stesso percorso, e che morire è incontrare la trasformazione più grande del nostro processo continuo di cambiamento.
La morte è un passaggio che ci spaventa perché è lasciare tutto il "conosciuto", il corpo, ma la libertà di scegliere la vita spesso è legata al non aver paura di ciò che non si conosce.
In realtà, in ogni momento della nostra vita stiamo scegliendo tra vivere e morire, che equivale a scegliere tra amore e paura. Se c'è l'amore, il vivere ne è estensione: è creatività, apertura, gioia. Se c'è la paura, siamo chiusi nella negazione, contrazione, dolore.
La paura ci fa resistere ad ogni cambiamento, costringendoci a fare di tutto per restare come già ci conosciamo. Per questo, riconoscere e accettare che ci sia la paura in noi, è il primo gradino da salire.

Ciò che temiamo di più è scegliere di vedere un film tutto nuovo invece di quello solito che continuiamo a proiettare. L'ego, prefigurando sempre lo stesso finale e mantenendoci aggrappati al passato, spegne la nostra creatività, in qualche modo ci fa vivere come se fossimo già morti . Lasciare andare l'ego e la sua paura è permettersi esperienze diverse, inaspettate, da vivere con piacere. Allora è importante riconoscere ciò che abbiamo strutturato con la paura, e lasciar andare tutti i pesi superflui che ci costringiamo a portare, così da riuscire a smettere di trascinarci con pena nell'esistenza, credendo che questo sia vivere.

Ecco perché è vitale invece poter arrivare a identificarsi con il nostro Sé, che non ha né mancanza né paura. Se la coscienza di noi è integra possiamo vedere la realtà che viviamo da un punto di vista completamente diverso. Possiamo sentire la nostra autenticità, essere più lievi e aperti e raggiungere la consapevolezza del nostro Dio - dentro: è come poter tornare finalmente a Casa, dove siamo tutti Uno.
E' questo vivere con integrità di corpo, mente e spirito. E ciò che era sconosciuto e faceva paura si svela come ciò che sappiamo da sempre e che avevamo soltanto dimenticato.

Il terzo livello appartiene a un processo che -sperimentato nella terapia- si svolge però fuori dal setting, e che ciascuno vive autonomamente, vigilando su di sé e spostandosi in ogni momento dal puro piano esistenziale a quello essenziale, e cioè "ritornando a Casa" specialmente ogni volta che si ricomincia a sentire un qualunque disagio, anche lieve.

E' ora presente la consapevolezza della necessità che tutta la nostra vita corrisponda al Sé e non più all'ego e quando questo avviene, spesso accadono, senza apparente sforzo, grandi cambiamenti e profonde trasformazioni nella vita concreta delle persone.
Questa dimensione che emerge dall'incontro con il Sé è la visione di una Realtà fatta di eternità, gioia e amore, in cui la morte non esiste.